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E in mezzo c’è il mondo

C’è una vibrazione che vive nella natura, all’interno dello stelo di un filo d’erba smosso dal vento e allo stesso tempo nella visione di una montagna innevata, nelle correnti fredde dei suoi crepacci ghiacciati, fin dentro le stalattiti che gocciano gelo fuso.

C’è questa percezione di verità che non riesci a trascrivere su carta, in parole, in pittura o in musica. Puoi darne il profumo, la sfumatura ma sfugge. È la stessa vibrazione delle stelle, la stessa sensazione d’amore, di fratellanza, dell’Io ci sono e sono con te. Io padre o fratello e amico, non sai. Io più grande, che ti avvolge e ti rassicura. Non preoccuparti, comunque Io ci sono, perché sono ciò di cui tu sei fatto, perché non puoi prescindere da questo, al netto delle religioni o di altre strade o strumenti che userai per ascoltarmi, per avvicinarmi a te. Io sono l’energia, la luce, la forza, la vita. Sono ciò che tutto ha fatto e che in tutto vive e dove tutto tornerà. Io sono questo dall’inizio alla fine.

E in mezzo c’è il mondo.


La morale politica

Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale… Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole… Non è morale il moralismo dell’avventura… Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica

Benedetto XVI, 1981


E voi siete pronti a disintossicarvi?


Che paura… Dai ragazzi! Forza ce la fate! Vivetela questa vita!


Gestione Menu in WordPress

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Macio

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Morire. Oggi parlo di un mio amico che non c’è più. Ho un’immagine nella mente: noi che in quinta elementare giochiamo nel cortile della scuola. Bambini di nove anni, alla finestra della vita. Siamo tanti. Ognuno prenderà la sua strada, cresceremo, studieremo, ci innamoreremo, litigheremo tra di noi. Poi magari ci sposeremo o forse no. Provo a cercare di capire se in quell’istante avremmo potuto intuire, stando un po’ più attenti, che lui se ne sarebbe andato prima di tutti. No. Eppure quel destino era già scritto. Non in tutte le possibili versioni del futuro, ma certamente in una di esse. Questa.
Penso al suo sorriso durante questi ultimi 40 anni, quando ci incrociavamo e, sebbene avessimo preso strade diverse, c’era quel legame, profondo ancestrale, che ci rendeva parte di un pezzo della nostra vita, di una nostra storia che nessun’altro avrebbe potuto capire. L’infanzia.
La tua morte, amico mio, è come se avesse strappato un pezzo di quel libro, così, quasi distrattamente.
Macio è morto, punto.
Mi immagino il tuo gesto esplicito, se te lo avessi raccontato:
“Ehi, lo sai che il 18 agosto 2018 morirai di tumore al cervello? Io lo saprò il giorno dopo da un whatsapp di un amico comune… ‘Mi pare lo conoscessi’ mi scriverà…”
“Mortaccitua – mi avresti detto – fammi grattare va…”
E’ questa la vita in fondo no? Si scherza, per non avere paura.
E quella volta che ti abbiamo tirato il riso dopo l’ennesima domenica che uscivi dalla chiesa mano nella mano con la tua eterna ragazza: “Evviva gli sposi!!!”
“Mortacci vostra… che bastardi…”. E ridevi.
Che poi non mi hai mai detto perché è finita…
Anche lei starà soffrendo questa sera. Anche lei probabilmente sta guardando le vostre foto, i bigliettini che le lasciavi, la carta così smielata dei baci perugina: “Il bacio è l’apostrofo rosa sulle parole Ti amo”, o cazzate del genere. Ma dai che ti piacevano! Cazzone come eri!
Certo, avevi quel problemino sul quale era difficile passare sopra… eri della Lazio! Ma a me in realtà delle squadre di calcio non è mai fregato niente e in fondo quel tuo astuccio con l’aquilotto era anche carino.
Mauro. Lo conosci? Si l’amico di Dando…
Certo che lo conosco. E così questa stronza di malattia ti ha strappato via. E io neanche lo sapevo. Certo non è che incrociandoci sotto casa potevi dirmi: “Ciao Alex, lo sai ho fatto il quarto ciclo di chemio e quella bastarda che sembrava sparita è tornata di nuovo… Ogni volta mi sembra di farcela ma poi ritorna… vabbè dai, prima o poi la sdereno. Che hai visto per caso in giro Checco?”
No. Non lo sapevo. Per questo la botta è stata più tosta. Si lo so, andremo tutti prima o poi, ma quando capita… è sempre una botta. Poteva essere un’altro? Tra quel gruppetto di bambini? O forse qualcuno già se ne è andato e neanche lo abbiamo saputo. Che dire.
Non sarò domani al tuo funerale, quindi ti saluto qui.
Mi spiace, molto, per tuo figlio, per la tua famiglia, per tua moglie che mi hai presentato per strada:
“Ciao Alex… vi conoscete? Lei è mia moglie…”
“ Ma dai? Pensavo fosse la tua amante e questo il figlio illegittimo…”
E tu ridevi.
“Piacere. Scusa, scherziamo sempre così dalla V elementare… bellissimo bambino, si vede che ha ripreso tutto dalla mamma!”
E così. Passava un altro giorno. Avrei potuto contare le volte che ci siamo incrociati sotto casa mentre tu rientravi con la macchina. Se avessi saputo il numero, se le avessi contate al contrario magari l’ultima volta ti avrei abbracciato.
“Non preoccuparti amico mio, funziona così, anche se è doloroso. Ma poi vedrai che troveremo un senso a tutto. Tu prima, ma noi subito dopo.”
Ecco. L’ultima volta, invece di fare una battuta, avrei potuto dirti una cosa del genere. O forse solo abbracciarti e dirti: “Ciao”.
E invece la pellicola di questo film va avanti come vuole. Non ci sono seconde chance, non ci sono avvisi, non si è mai pronti.
Vedo tuo padre, che continua a cercare nell’aiuto agli altri il senso delle cose. E da domani… o manderà tutti affanculo o si impegnerà ancora di più, cercando di scorgere nello sguardo del marocchino della stazione Termini il tuo sguardo, nel suo sorriso il tuo sorriso, nella sua richiesta di un panino il tuo chiedergli la merenda per andare a scuola un altro giorno. E allora per un istante il suo cuore sentirà di esserti ancora vicino, di poterti raggiungere in qualche modo con quel gesto. Sarà vero? O lo crederà solamente? Questo dipenderà solo da lui.
E’ un abominio che un figlio muoia prima di un padre, la natura non dovrebbe permettere questo. Eppure accade. Perché, nonostante tutte le giustificazioni che vogliamo darci, alla natura non gliene fotte una mazza del dolore, di cosa è giusto e cosa sbagliato. Se vuole prenderti ti prende. E basta.
Allora vorresti gridare: “Ma che cazzo!”. Ma non puoi farlo troppo forte, perché ti dicono che ci sono situazioni peggiori: 40 morti nel crollo del ponte di Genova, bambini migranti affogati in mare, ragazze indifese stuprate e uccise da uomini maiale che non meriterebbero neanche l’aria.
Si è vero. Ma che cazzo lo stesso.
Tu, eri un pezzo del mio libro, un pezzo della nostra storia, quella di tutti i giorni. Ed è giusto che siamo fatti così; impazziremmo se percepissimo il dolore di ogni cosa, di ogni uomo. Sopravviviamo perché abbiamo le nostre camere stagne, dove teniamo dentro ben sigillato tutto quello che ci è caro. Poi fuori ci sono le tempeste, i terremoti e gli orrori di cui ci indigniamo e contro i quali lottiamo; ma sono sempre fuori dalla nostra stanza.
Poi succede che qualcosa cade dentro, si crea una crepa, una breccia… poi muore un amico. E oggi quell’amico sei tu. E allora che Cazzo!
E allora… che occhiali ti metterai domani per andare davanti al Padre Eterno? Dai lo so che ti sarai preparato uno dei tuoi completini con camicia tiratissima, giacca e foulard assolutamente intonati e spilletta sul bavero della giacca. Eri proprio un fighetto; i tuoi quasi 50 non si vedevano neanche e la mia pancetta confronto ai tuoi addominali sembrava quella di un lottatore di Sumo. Per questo mi facevi ridere. Perché eri semplice e fico; ordinatissimo e firmatissimo, ma non te la tiravi mai. Così eri alle elementari, con quel ciuffetto ribelle, e così eri ieri.
Per quello la stronza ti ha preso il cervello, perché sul fisico non attaccava, dì la verità!?
Caro mio, non ci sarò domani per salutarti, in quella chiesa dove abbiamo occupato spazi assieme per anni. Magari scordandoci appena usciti di quello che aveva detto il parroco, ma sempre lì, puntuali, forse senza sapere neanche noi perché ci andavamo.
Ebbene, questa volta ci hai superati tutti. Domani lo saprai prima di noi.

Ti abbraccio e verrò a trovarti di tanto in tanto, nel luogo della memoria e dello spirito dove nascondiamo i nostri sentimenti più preziosi, i nostri segreti più belli, che alimentano quella speranza di esserci comunque, per sempre. Tutti.
Ciao Mauro.

 


A dream within a dream

Take this kiss upon the brow!
And, in parting from you now,
Thus much let me avow –
You are not wrong, who deem
That my days have been a dream;
Yet if hope has flown away
In a night, or in a day,
In a vision, or in none,
Is it therefore the less gone?
All that we see or seem
Is but a dream within a dream.

I stand amid the roar
Of a surf-tormented shore,
And I hold within my hand
Grains of the golden sand –
How few! yet how they creep
Through my fingers to the deep,
While I weep – while I weep!
O God! can I not grasp
Them with a tighter clasp?
O God! can I not save
One from the pitiless wave?
Is all that we see or seem
But a dream within a dream?

Edgar Allan Poe, 1849
_______________
Un sogno dentro un sogno

Eccoti un bacio sulla fronte!
Ed ora che mi sto separando da te
lascia che te lo confessi –
Tu non sbagli dicendo
che i miei giorni sono stati un sogno;
E se anche la speranza è volata via
in una notte, o in un giorno
in una visione  o nel nulla
è forse per questo meno perduta?
Tutto ciò che vediamo o crediamo di vedere
non è che un sogno all’interno di un sogno.

Resto Immobile tra i ruggiti
di una spiaggia tormentata dalle onde
Tenendo nella mia mano
granelli di sabbia dorata
Sono così pochi! Eppure come scivolano via
attraverso le mie dita verso il profondo,
mentre io piango – mentre io piango!
Oh Dio!  Non posso riuscire a trattenerli
con un stretta più forte?
Oh Dio! Non posso salvarne almeno uno
dall’onda impietosa?
Tutto quello che vediamo o crediamo di vedere
non è forse un sogno all’interno di un sogno ?

(Traduzione @originalex)


Sogni

“Bisogna trovare il proprio sogno
perché la strada diventi facile.
Ma non esiste un sogno perpetuo.
Ogni sogno cede il posto ad un sogno nuovo,
e non bisogna volerne trattenere alcuno.”
( H.Hesse )


VITA

LE VARIABILI 

Se dovessi esplicitare la formula della vita partirei dalla definizione delle variabili fondamentali della sua equazione: la volontà, il caso, l’onestà e la fede. È  la  combinazione di questi elementi, due controllati (da noi) e due indipendenti, che ci porta a diventare ciò che siamo realmente.

La volontà, variabile dipendente ci permette di determinare una direzione, di lottare per mantenerla, e di forzare l’orientamento delle altre variabili indipendenti verso ciò che noi vorremmo che fosse.

Il caso è incontrollato, indipendente, è l’incognita, la carta imprevisti o “La Morte” come lo definiscono i tarocchi gitani, intesa appunto come evento inaspettato di cambiamento improvviso che ha il potere di scombinare continuamente, in positivo o in negativo, l’evolversi delle nostre vite.

L’onestà è la base della verità, la capacità di essere autentici con se stessi e con gli altri, di non prendersi in giro, di essere obiettivi. L’onestà è un’arte che, certamente ha un radicamento profondo in noi ma  va curata, allenata, cercata, con la forza appunto, della volontà.

La fede è amore. Amore che non possiamo controllare che ci viene dal cielo o dalle persone che abbiamo accanto e che è “il sale della vita”. La fede è carità, compassione, speranza, elementi intangibili che non possiamo stringere nel pugno della nostra mano, non possiamo imporci di avere ma possiamo cercare, bramare, accogliere. Quando l’onestà è sincera e radicata in noi, è la fede che concretizza gli sforzi della volontà, spingendo il caso verso i nostri obiettivi.

Quella, per esempio, che viene chiamata Provvidenza è un misto di questi tre elementi che, combinati ed equilibrati tra loro portano ad un miracolo inaspettato ma certamente orientato dalla combinazione degli elementi fondamentali.

L’INDETERMINAZIONE DELLA FEDE
Ma prendiamo per esempio un malvivente, o semplicemente un Paolo, che sulla via di Damasco viene folgorato dalla Fede. Qual’era in quel caso la combinazione di questi elementi? C’era certamente volontà e ambizione, forse non orientati nella direzione di quel caso che ha fatto irrompere la fede nella sua vita. E allora cosa può essere accaduto? L’amore è un elemento così potente che a fronte di accadimenti comprensibili o incomprensibili in un determinato tempo della storia e in un determinato luogo, può manifestarsi con una forza tale da sbilanciare tutte le altre variabili facendo tendere il risultato dell’equazione dalla sua parte. Chi o cosa generi questi overload di fede non è dato saperlo a noi umani, piccoli bicchieri che non possono contenere l’immensità del mare, ed è questo in particolare che rende la fede una variabile indipendente.

IL BENE E IL MALE
Le variabili indipendenti, Fede e Caso, tendono comunque all’equilibrio per la loro stessa natura psicofisica che le ha inserite in una dimensione universale orientata comunque alla stasi. La stessa legge del moto di Isaac Newton afferma sostanzialmente che “un corpo in quiete se non soggetto a forze, resta in quiete” (Prima legge della dinamica). Qualsiasi entità, cosa, o essere vivente, se lasciata a se stessa senza l’apporto di variabili controllate, tende quindi necessariamente a un equilibrio, che sia questo un mare calmo o la morte: la pace. Il bene quindi vincerà sempre perché il bene è equilibrio e la tendenza dell’universo è necessariamente l’equilibrio qualsiasi esso sia.

Le meditazioni trascendentali usano spesso come mezzo per entrare in contatto con l’assoluto, che sia esso Dio o sia l’universo, l’eliminazione delle interazioni con le variabili controllate. “spegnere” la volontà e restare in ascolto significa lasciarsi tendere all’equilibrio più naturale per il quale siamo nati; significa unirsi con la nostra natura più profonda.

Persone negative come Adolf Hitler, hanno alimentato in maniera smisurata attraverso una volontà perversa e un’onestà malata, una Non Fede,  ponendola al negativo rispetto alla sua natura linearmente positiva e contaminando in questo modo le altre variabili fondamentali. Questo ha provocato un campo di concentrazione di non senso attorno a lui e alla sua vita, che è stato interrotto solo grazie all’unione congiunta di intenti nella direzione opposta.

Persone positive come Gesù Cristo,  che si accetti o meno il fatto che fosse figlio o emanazione diretta di Dio, creano delle anomalie positive nel percorso della storia dell’uomo, apportando agli eventi una quantità smisurata di variabile Amore equilibrata con una onestà ed una volontà tali da piegare gli eventi del caso alla loro aspirazione o, per chi è fedele, determinazione.


Solitudine Tecnologica

Lo scrittore americano descrive la nuova solitudine tecnologica
Così connessi, così distanti preferiamo l’iPad alle persone
JONATHAN SAFRAN FOER

UN PAIO di settimane fa, ho visto una sconosciuta piangere in pubblico. Mi trovavo nel quartiere Fort Greene di Brooklyn, in attesa di un amico col quale andare a colazione. Sono arrivato al ristorante con alcuni minuti di anticipo e mi sono seduto fuori, su una panchina, a controllarei nomi dei miei contatti.
Una ragazza, forse quindicenne, era seduta sulla panchina di fronte, e piangeva al telefono. L’ho sentita dire: «Lo so, lo so, lo so». E andare avanti così.
Che cosa sapeva? Aveva commesso qualcosa di sbagliato? La stavano consolando? Poi ha detto: «Mamma, lo so». E le lacrime si sono fatte ancora più copiose.
Che cosa le stava dicendo sua madre? Di non restare in giro più tutta la notte? Che tutti possono sbagliare? È possibile che non ci fosse nessuno dall’altra parte e che la ragazza si stesse limitando a inscenare una conversazione complicata?
«Mamma, lo so» ha detto e ha chiuso il telefono, mettendoselo in grembo.
Mi sono trovato davanti a una scelta: potevo intromettermi nella sua vita, oppure rispettare i confini tra di noi. Intervenire avrebbe potuto farla sentire peggio, o risultarle inappropriato. Ma avrebbe anche potuto alleviare il suo dolore, o risultare di aiuto, in modo schietto e ragionevole. Di primo mattino un quartiere benestante non è come un quartiere pericoloso al calare del buio. E poi si trattava di me, non di qualcun altro. Occorreva fare molte valutazioni umane.
È più difficile intervenire che non intervenire, ma è infinitamente più difficile scegliere di fare una di queste due cose che battere in ritirata a controllare l’elenco dei propri contatti su qualsiasi iDistraction preferito ci troviamo a portata di mano. La tecnologia celebra la possibilità di entrare in contatto, ma incoraggia a battere in ritirata. Il telefono non mi ha evitato il rapporto umano, ma ha reso più facile il fatto di poter ignorare la ragazza in quel momento e, molto probabilmente, mi ha incoraggiato a lasciar perdere la mia scelta di entrare in contatto con lei. L’uso quotidiano che faccio delle comunicazioni grazie alla tecnologia mi sta cambiando, sta facendo di me una persona che ha maggiori probabilità di dimenticare il prossimo. Il flusso dell’acqua scava la roccia, un poco alla volta. E anche la nostra personalità è scavata dal flusso delle nostre abitudini.
Gli psicologi che studiano l’empatia e la compassione ritengono che a differenza delle nostre reazioni pressoché istantanee al dolore fisico, occorre tempo prima che il nostro cervello possa cogliere appieno le dimensioni psicologiche e morali di una data situazione. Più distratti diventiamo, e più importanza diamo alla velocità a discapito della profondità, meno capaci diventiamo di prendere qualcosa o qualcuno a cuore, e meno probabilità abbiamo di farlo.
Tutti bramiamo l’attenzione illimitata dei genitori, di un amico, del partner, anche se molti di noi, soprattutto i bambini, si stanno abituando a riceverne molta meno. Simone Weil scrisse: “L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità”. Secondo questa definizione, le nostre modalità di relazione con il mondo, gli uni nei confronti degli altri, e verso noi stessi stanno diventando sempre più limitate.
Gran parte delle nostre tecnologie della comunicazione sono iniziate come sostituti inferiori di un’attività impossibile. Non potevamo incontrarci sempre a quattr’occhi, così il telefono ha reso possibile mantenerci in contatto anche a distanza. Non si sta sempre in casa, così la segreteria telefonica ha reso possibile un tipo di interazione anche senza che l’interlocutore debba stare accanto al suo telefono. La comunicazione online è nata come sostituto della comunicazione telefonica, che per chissà quale motivo era considerata troppo gravosa o sconveniente. Ed ecco i messaggi di testo, che hanno facilitato e reso ancora più rapida e più mobile la possibilità di inviare messaggi. Queste invenzioni non sono state create per essere sostituti migliori rispetto alla comunicazione faccia a faccia, bensì come evoluzioni di sostituti accettabili, per quanto inferiori.
Poi, però, è successa una cosa buffa: abbiamo iniziato a preferire i sostituti inferiori. È più facile fare una telefonata che darsi la pena di incontrare qualcuno di persona. Lasciare un messaggio alla segreteria telefonica di qualcuno è più comodo che conversare al telefono: si può dire ciò che si deve dire senza attendersi risposta. Le notizie difficili si comunicano così più facilmente. È più agevole farsi vivi senza la possibilità di lasciarsi coinvolgere. Di conseguenza abbiamo iniziato a telefonare quando sapevamo che nessuno dall’altra parte avrebbe alzato la cornetta.
Spedire email a raffica è più facile ancora, perché si ci può nascondere dietro l’assenza di un’inflessione vocale e naturalmente non c’è il rischio di imbattersi in qualcuno per caso. Gli sms sono ancora più facili, in quanto le aspettative dell’articolazione delle parole sono ancora minori, e c’è a disposizione una corazza in più dietro la quale nascondersi. Ogni passo “avanti” è stato reso più facile, appena un po’, giusto per eludere il peso emotivo di essere presente, di trasmettere informazioni invece che umanità.
Il problema dell’accettare – del preferire – i sostituti inferiori è che col passare del tempo anche noi diventiamo sostituti inferiori. Le persone abituate a dire poco si sono abituate ad avere poche sensazioni.
Di generazione in generazione diventa difficile immaginare un futuro che assomigli al presente. I miei nonni speravano che io avessi una vita migliore della loro: senza guerra e senza fame, in un posto confortevole che potessi chiamare casa. Ma quali futuri mi sentirei di escludere del tutto dalla vita dei miei nipoti? Che i loro vestiti siano prodotti ogni mattina con stampanti 3-D? Che riescano a comunicare senza parlare omuoversi?
Soltanto chi è privo di immaginazione e non tiene i piedi per terra smentirebbe la possibilità che vivranno per sempre. È possibile che molti di coloro che stanno leggendo queste parole non moriranno mai. Supponiamo, però, di avere tutti quanti un dato numero di giorni per condizionare il mondo con i nostri pensieri e i nostri principi, per trovare e creare la bellezza che soltanto un’esistenza compiuta consente di raggiungere, per lottare con il tema dello scopo della vita e lottare con le nostre risposte.
Spesso utilizziamo la tecnologia per risparmiare tempo, ma sempre più ciò assorbe il tempo che abbiamo risparmiato, oppure rende quel tempo risparmiato meno presente, intimo e ricco. Temo che quanto più avremo il mondo a portata di dita, tanto più lontano esso sarà dai nostri cuori. Ciò non significa essere pro o contro – essere “contro la tecnologia” quasi certamente è l’unica cosa più stupida dell’essere perdutamente “filo-tecnologici” –, ma è una questione di equilibrio dalla quale dipendono le nostre vite.
Il più delle volte, la maggior parte delle persone non piange in pubblico, ma tutti hanno sempre bisogno diqualcosa che un’altra persona può dare loro, che si tratti di attenzione incondizionata, di una parola cortese o di una profonda empatia. Non c’è niente di meglio da fare nella vita che prestare attenzione a queste esigenze. Ci sono tanti modi di farlo quanti modi di sentirsi soli, ma tutti richiedono attenzione, tutti richiedono il duro impegno di una valutazione emotiva e di una compassione fisica. Tutti richiedono un’elaborazione analitica umana dell’unico animale che rischia di “prenderla in modo sbagliato”, i cui sogni offrono protezione e antidoti e parole agli sconosciuti che piangono.
Viviamo in un mondo fatto più di storia che di sostanza. Siamo creature della memoria più che ricordi, creature dell’amore più che uguali. Prestare attenzione alle esigenze del prossimo può non essere lo scopo ultimo della vita, ma è compito della vita. Può essere confuso, doloroso e difficile in modo quasi impossibile. Ma non è qualcosa che noi offriamo. È ciò che noi abbiamo in cambio del fatto di dover morire.
Traduzione di Anna Bissanti © 2013 The New York Times


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