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Formiche e albicocche

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Scrivere.
Trasferire sensazioni, trasferire percezioni, suggerire ipotesi di verità, dare una motivazione, un senso al vivere. Potrebbe non esserci un senso, potremmo solo essere formiche con qualche emozione in più, intente a scavare gallerie, ad accumulare provviste, per costruire la propria casa di pagliuzze e brandelli di foglie per un inverno di cui non sappiamo ancora nulla.

Potremmo essere capitati qui per caso: una felice combinazione di aminoacidi.
Poi c’è l’universo;
le stelle, i pianeti e quell’ammasso di acque, rocce e sabbie che si chiama terra.
Anche questa potrebbe essere una casualità.
Anche questa… e tutto il resto?Anche il resto? Anche il resto…
Ma ci sarebbe sempre un oltre incomprensibile, incommensurabile che non arriveremo mai a capire, perché il capirlo significherebbe squarciare il velo della verità facendo venir meno la stessa ragione per cui esistiamo e quindi annullare noi stessi.

Non c’è soluzione allora: noi o la Verità. Un binomio che non può coesistere.

Fossimo incoscienti, non ce ne cureremmo, ma la sua percezione ci turba. Sensazione fisica, mentale e più profondamente viscerale della sua esistenza; un pulsare, una fame irrisolta, proprio nel centro del nostro essere fisico e psichico, nella pancia, sopra l’ombelico, dentro, all’inizio dello stomaco. Come qualcosa che abbiamo mangiato ma non siamo ancora riusciti a digerire, a metabolizzare. Come qualcosa che stiamo per mangiare ma non abbiamo ancora addentato; come l’amore.
E’ dunque fisico il ponte tra la soluzione ed il problema, tra l’ipotesi e la tesi.
Un dilemma sfuggente con una consistenza fisica;
un nocciolo di albicocca circondato dalla morbida polpa rosata della nostra vita.

Formiche, in un nocciolo di albicocca.


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