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A dream within a dream

Take this kiss upon the brow!
And, in parting from you now,
Thus much let me avow –
You are not wrong, who deem
That my days have been a dream;
Yet if hope has flown away
In a night, or in a day,
In a vision, or in none,
Is it therefore the less gone?
All that we see or seem
Is but a dream within a dream.

I stand amid the roar
Of a surf-tormented shore,
And I hold within my hand
Grains of the golden sand –
How few! yet how they creep
Through my fingers to the deep,
While I weep – while I weep!
O God! can I not grasp
Them with a tighter clasp?
O God! can I not save
One from the pitiless wave?
Is all that we see or seem
But a dream within a dream?

Edgar Allan Poe, 1849
_______________
Un sogno dentro un sogno

Eccoti un bacio sulla fronte!
Ed ora che mi sto separando da te
lascia che te lo confessi –
Tu non sbagli dicendo
che i miei giorni sono stati un sogno;
E se anche la speranza è volata via
in una notte, o in un giorno
in una visione  o nel nulla
è forse per questo meno perduta?
Tutto ciò che vediamo o crediamo di vedere
non è che un sogno all’interno di un sogno.

Resto Immobile tra i ruggiti
di una spiaggia tormentata dalle onde
Tenendo nella mia mano
granelli di sabbia dorata
Sono così pochi! Eppure come scivolano via
attraverso le mie dita verso il profondo,
mentre io piango – mentre io piango!
Oh Dio!  Non posso riuscire a trattenerli
con un stretta più forte?
Oh Dio! Non posso salvarne almeno uno
dall’onda impietosa?
Tutto quello che vediamo o crediamo di vedere
non è forse un sogno all’interno di un sogno ?

(Traduzione @originalex)


Sconosciuto

Sottile ombra di luce
libera nel buio universo
e brilla
dei ricordi di un tempo non mio
cullando
un’essenza quieta e vuota.

Nel vagito di un grillo
scorre una natura sorpresa:
un incanto, un volo,
sopra quei desideri dispersi.

E bambino guardavo il tempo,
lo stesso tempo
ma nascosto in un cappotto di felce
e ghirlande di fiori,
rubando i ruscelli alle trote
e i sassi alle montagne.

È tutto qui. Quasi finito ormai.

Quanto ancora? Uno? Dieci? Trenta?
Cinquanta soli a rigirar le stelle?
E i pianeti a fargli da collana?
Ma anche cento o mille,
non sarebbe sempre ora?
non saremmo sempre nudi
in un mare incomprensibile?
illusi di conoscere
ma vuoti,
come conchiglie al vento
nel risuonar delle nostre stesse voci.

C’era un sentiero una volta,
l’incenso
con l’odore di note e di notte
e la terra rossastra tra mani leggere
mentre i leoni falcavan gli sterpi.

Poi la paglia
ha coperto fatiche
e curato piedi stanchi.
Ma la notte,
le note,
ruggiscono ancora i felini
e le ombre sbaragliano il tempo.

Eccomi dunque. Qui e ovunque.

E nell’annullarmi nel vuoto,
in questo sogno distante,
sfuggo domande insensate
e ascolto
lo sconosciuto me stesso.


EvaNescente

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Ti ho ascoltato
nel silenzio di emozioni sporche
che hanno attraversato la mia vita.
In un istante.

Poi ho chiuso il cassetto
e sei sparita di nuovo;
nel silenzio.
Lasciandomi in bocca
un sapore di birra.


Pane burro e marmellata quotidiana

toast

Una soffitta,
quattro casse
un pupazzo e una stella.

“Ti amo!”
grossi chicchi di grandine tonda.

Prendo un uovo nella paglia calda –
La gallina chioccia.

Stormi di uomini su binari di vetro;
L’incoscienza del sapere quotidiano;
e il pane
di burro e marmellata di Scozia.


E dopo

Contenuti in equazioni di materia
coordiniamo movimenti ritmici
verso direzioni ignote.

Inspiriamo attimi di tempo
permettendogli 
di modellare
le emozioni dei giorni
e trasformarle in storie.

Sussultiamo di dubbi e paure
persi in spazi
che non sappiamo dove.

Esultiamo fantasie
come bambini sulla sabbia.

Ma poi torniamo sempre,
qui
di fronte al bianco che si fa parola
per strappargli verità
di una sola domanda:

E dopo?


Caronte

Torno a voi
miei ascoltatori ignoti
che tendete l’orecchio
al suono di queste parole piccole
e celate,
nell’attesa che io vi sveli
mondi, sorprese e fate.

Mi aspettate,
dietro uno schermo o sotto un giornale
per bermi un’emozione
che non sia banale;
per gridare
che anche voi avete pancia
fatta di sogni,
e di succo d’arancia.

Vi porgo il bicchiere
bevete
come fosse acqua che leva
la sete.

Credete
ch’io sia la fonte
ma no.
Non son’ altro che un vecchio Caronte
per traghettarvi dal noto all’ignoto
o viceversa,
che la speranza non vada mai persa.

Nel silenzio
che lascia muti anche i muri e le porte.


Angeli e pelle

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Sollevati dalle ali dei ricordi dei tempi trascorsi tra i mondi; puri; bianchi; musiche armoniche e sottili.
Ci osservano i nostri Angeli. Loro che sono già stati, loro che hanno partecipato al nostro venire e divenire. Tessono le tele delle nostre possibilità ricamando emozioni e sogni, intrecciando storie e fantasie.
Stendono le loro braccia luminose sulle nostre paure ricordandoci ancora che è sempre lo stesso gioco quello a cui stiamo partecipando.

Angeli, forti e benedetti. Benedetti da quel cielo che li accogli e li nutre, tutti, infiniti, raggruppati in colori e  suoni, tutti, uniti
in un solo pensiero di Dio.

Suda la pelle calda e bruciata dai soli terreni; bagnate le mani si raccolgono al viso unto di lacrime mute.
Un sospiro trasale e la coscienza si svuota. Vuoto, e luce a riempirlo, paradosso di istanti che potrebbero chiudere il cerchio in se stessi e lasciare il tempo in equilibrio.

Angeli, forti e benedetti. Seduti ad osservare quel muoversi immobile.
Fermi anche loro nel rispetto della nostra possibilità di scelta.


Profumo

La mia ombra sfiorava il suo profumo mentre il cuore si domandava quali fossero le stelle che avevano apparecchiato quella tavola. Sorrideva seduta sul suo sgabello di legno mentre suo padre grosso, scorbutico e buono, serviva birra. Sorrideva, ma non era lei la gioia quanto la sensazione della ricerca di una nuova emozione in una strada che da anni avevo abbandonato. Oltre di lei c’era l’incerto, quel bui stellato che sfuggiva dalle mani strette; quella incapacità di fermare nei decenni della vita, quell’obiettivo, quell’anelito.
E u n giorno tutti gli strumenti si vaporizzeranno per lasciarsi dietro solo il vuoto, e la traccia di emozioni così, in grado di stravolgere il mondo.


Tra sulti di erba

Soffici sulti odorosi
di erba bagnata
grappati nel vuoto
circonda
li osservo e mi svuoto
di senso.

Lascio
l’asfalto
nel mondo
e sospendo
alla casa celeste.

Le grida dei templi
scaraventandomi
da nuvole a piombo.
Fischia e romba e sfreccia e sbrana
Quel piombo.
Brandelli.
Di piombo.

Nero.
Circonda quegli occhi
inespressi
e bocche
lappose di idiota.

E’ all’alba
che il monte si apre e che squarcia
di luce la valle e la sabbia
si empie
di acqua di acqua
e di acqua
si riempie
di voce e di luce
sospira
la pace.

Bagnato di nudo e di fuoco
sollevo il mio sguardo all’immenso
e tra vortici e stelle
mi lancio
in altrove.


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