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E in mezzo c’è il mondo

C’è una vibrazione che vive nella natura, all’interno dello stelo di un filo d’erba smosso dal vento e allo stesso tempo nella visione di una montagna innevata, nelle correnti fredde dei suoi crepacci ghiacciati, fin dentro le stalattiti che gocciano gelo fuso.

C’è questa percezione di verità che non riesci a trascrivere su carta, in parole, in pittura o in musica. Puoi darne il profumo, la sfumatura ma sfugge. È la stessa vibrazione delle stelle, la stessa sensazione d’amore, di fratellanza, dell’Io ci sono e sono con te. Io padre o fratello e amico, non sai. Io più grande, che ti avvolge e ti rassicura. Non preoccuparti, comunque Io ci sono, perché sono ciò di cui tu sei fatto, perché non puoi prescindere da questo, al netto delle religioni o di altre strade o strumenti che userai per ascoltarmi, per avvicinarmi a te. Io sono l’energia, la luce, la forza, la vita. Sono ciò che tutto ha fatto e che in tutto vive e dove tutto tornerà. Io sono questo dall’inizio alla fine.

E in mezzo c’è il mondo.


Le variabili della vita

Se dovessi esplicitare la formula della vita partirei dalla definizione delle variabili fondamentali della sua equazione: la volontà, il caso, l’onestà e la fede. È  la  combinazione di questi elementi, due controllati (da noi) e due indipendenti, che ci porta a diventare ciò che siamo realmente.

La volontà, variabile dipendente ci permette di determinare una direzione, di lottare per mantenerla, e di forzare l’orientamento delle altre variabili indipendenti verso ciò che noi vorremmo che fosse.

Il caso è incontrollato, indipendente, è l’incognita, la carta imprevisti o “La Morte” come lo definiscono i tarocchi gitani, intesa appunto come evento inaspettato di cambiamento improvviso che ha il potere di scombinare continuamente, in positivo o in negativo, l’evolversi delle nostre vite.

L’onestà è la base della verità, la capacità di essere autentici con se stessi e con gli altri, di non prendersi in giro, di essere obiettivi. L’onestà è un’arte che, certamente ha un radicamento profondo in noi ma  va curata, allenata, cercata, con la forza appunto, della volontà.

La fede è amore. Amore che non possiamo controllare che ci viene dal cielo o dalle persone che abbiamo accanto e che è “il sale della vita”. La fede è carità, compassione, speranza, elementi intangibili che non possiamo stringere nel pugno della nostra mano, non possiamo imporci di avere ma possiamo cercare, bramare, accogliere. Quando l’onestà è sincera e radicata in noi, è la fede che concretizza gli sforzi della volontà, spingendo il caso verso i nostri obiettivi.

Quella, per esempio, che viene chiamata Provvidenza è un misto di questi tre elementi che, combinati ed equilibrati tra loro portano ad un miracolo inaspettato ma certamente orientato dalla combinazione degli elementi fondamentali.

L’INDETERMINAZIONE DELLA FEDE
Ma prendiamo per esempio un malvivente, o semplicemente un Paolo, che sulla via di Damasco viene folgorato dalla Fede. Qual’era in quel caso la combinazione di questi elementi? C’era certamente volontà e ambizione, forse non orientati nella direzione di quel caso che ha fatto irrompere la fede nella sua vita. E allora cosa può essere accaduto? L’amore è un elemento così potente che a fronte di accadimenti comprensibili o incomprensibili in un determinato tempo della storia e in un determinato luogo, può manifestarsi con una forza tale da sbilanciare tutte le altre variabili facendo tendere il risultato dell’equazione dalla sua parte. Chi o cosa generi questi overload di fede non è dato saperlo a noi umani, piccoli bicchieri che non possono contenere l’immensità del mare, ed è questo in particolare che rende la fede una variabile indipendente.

IL BENE E IL MALE
Le variabili indipendenti, Fede e Caso, tendono comunque all’equilibrio per la loro stessa natura psicofisica che le ha inserite in una dimensione universale orientata comunque alla stasi. La stessa legge del moto di Isaac Newton afferma sostanzialmente che “un corpo in quiete se non soggetto a forze, resta in quiete” (Prima legge della dinamica). Qualsiasi entità, cosa, o essere vivente, se lasciata a se stessa senza l’apporto di variabili controllate, tende quindi necessariamente a un equilibrio, che sia questo un mare calmo o la morte: la pace. Il bene quindi vincerà sempre perché il bene è equilibrio e la tendenza dell’universo è necessariamente l’equilibrio qualsiasi esso sia.

Le meditazioni trascendentali usano spesso come mezzo per entrare in contatto con l’assoluto, che sia esso Dio o sia l’universo, l’eliminazione delle interazioni con le variabili controllate. “spegnere” la volontà e restare in ascolto significa lasciarsi tendere all’equilibrio più naturale per il quale siamo nati; significa unirsi con la nostra natura più profonda.

Persone negative come Adolf Hitler, hanno alimentato in maniera smisurata attraverso una volontà perversa e un’onestà malata, una Non Fede,  ponendola al negativo rispetto alla sua natura linearmente positiva e contaminando in questo modo le altre variabili fondamentali. Questo ha provocato un campo di concentrazione di non senso attorno a lui e alla sua vita, che è stato interrotto solo grazie all’unione congiunta di intenti nella direzione opposta.

Persone positive come Gesù Cristo,  che si accetti o meno il fatto che fosse figlio o emanazione diretta di Dio, creano delle anomalie positive nel percorso della storia dell’uomo, apportando agli eventi una quantità smisurata di variabile Amore equilibrata con una onestà ed una volontà tali da piegare gli eventi del caso alla loro aspirazione o, per chi è fedele, determinazione.


Formiche e albicocche

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Scrivere.
Trasferire sensazioni, trasferire percezioni, suggerire ipotesi di verità, dare una motivazione, un senso al vivere. Potrebbe non esserci un senso, potremmo solo essere formiche con qualche emozione in più, intente a scavare gallerie, ad accumulare provviste, per costruire la propria casa di pagliuzze e brandelli di foglie per un inverno di cui non sappiamo ancora nulla.

Potremmo essere capitati qui per caso: una felice combinazione di aminoacidi.
Poi c’è l’universo;
le stelle, i pianeti e quell’ammasso di acque, rocce e sabbie che si chiama terra.
Anche questa potrebbe essere una casualità.
Anche questa… e tutto il resto?Anche il resto? Anche il resto…
Ma ci sarebbe sempre un oltre incomprensibile, incommensurabile che non arriveremo mai a capire, perché il capirlo significherebbe squarciare il velo della verità facendo venir meno la stessa ragione per cui esistiamo e quindi annullare noi stessi.

Non c’è soluzione allora: noi o la Verità. Un binomio che non può coesistere.

Fossimo incoscienti, non ce ne cureremmo, ma la sua percezione ci turba. Sensazione fisica, mentale e più profondamente viscerale della sua esistenza; un pulsare, una fame irrisolta, proprio nel centro del nostro essere fisico e psichico, nella pancia, sopra l’ombelico, dentro, all’inizio dello stomaco. Come qualcosa che abbiamo mangiato ma non siamo ancora riusciti a digerire, a metabolizzare. Come qualcosa che stiamo per mangiare ma non abbiamo ancora addentato; come l’amore.
E’ dunque fisico il ponte tra la soluzione ed il problema, tra l’ipotesi e la tesi.
Un dilemma sfuggente con una consistenza fisica;
un nocciolo di albicocca circondato dalla morbida polpa rosata della nostra vita.

Formiche, in un nocciolo di albicocca.


La mamma del mio amico

Un’altro corpo chiuso in una scatola di legno. Un altro strappo. E tutti attorno a guardarne i resti. A domandarsi cosa accadrà da domani, quando la sua voce non risuonerà più tra le mura della casa. Emozioni, parole, odori, pensieri, sorrisi, dolori, carezze, progetti, sogni e concezioni della vita. Un passaggio che congela tutto, che lascia odore di salsedine dove l’onda è ormai passata e non tornerà più. Non qui almeno, non in questa parte di mondo e di realtà, salvo Messia, particolarmente improbabili di questi tempi.

Noi restiamo a guardare, noi restiamo a fare il pezzo che resta, ancora per un po’, poco o molto che sia. Lo faremo da soli, senza di lei, comunque. Per me da domani cambierà poco, per lui sarà un po’ diverso. Per quanto adulti e preparati possiamo essere è difficile comprendere quando pezzi della vita si staccano da noi, quando la storia si spezza generando due strade di cui una abbiamo consapevolezza e dell’altra solo speranza.

Noi restiamo a guardare, le cose che continuiamo a costruire e ad inventare per allontanare da noi quel momento, quella imperscrutabile incertezza. La violenza che ci assale in quegli istanti viene spudoratamente sopraffatta dalla sopravvivenza e dall’abitudinarietà di un mondo che comunque deve andare avanti.

Un evento plausibile contro miliardi di azioni improbabili che in ogni istante accadono nello spazio vitale dove siamo calati.
Resta la prospettiva delle stelle, che indipendentamente da noi continuano a bruciare ed a donare luce, non sappiamo neanche a chi.

Un’altro corpo che con i suoi tempi si dirigerà verso una meritata decomposizione ritornando al nulla a cui apparteneva, mentre le gioie che conteneva voleranno, vogliamo credere, proprio verso la comprensione del motivo del brillore di quella stella.

Potrebbe non essere, ma diversamente diverrebbe tutto inutile.

Washai


My Friend

Ecco, semplice.
Bump bump bump….. Bump…. Bu….
Switch off.
Fine.

Fermo il cuore, fermo il sangue, fermo il respiro. Spenta la mente, e nulla più.
Ecco la morte.

Ci costruiamo attorno castelli, vite, speranze, amori;
progettiamo famiglie belle, numerose e felici, tentiamo di
riallacciare i fili di chi le ha perse quelle famiglie, di far
ricongiungere mariti e mogli, padri e figli; accatastiamo denari in
banca nell’illusione di una sicurezza che ci andiamo a costruire su
dei pilastri di budino, costruiamo armadi e sedie di legno intagliato,
facciamo corsi per migliorarci, ci affatichiamo e ci accaloriamo per
difendere i diritti ed i nostri valori politici; ci comportiamo, oggi
in un modo domani nell’altro, per sostenere un amico o per rendere
grazie ad un fratello; ci incensiamo, ci pentiamo mille volte, ci
prostriamo di fronte all’altare, e poi ricadiamo di nuovo nello stesso
errore; ci nascondiamo dentro eremi improbabili alla ricerca di un
senso ma principalmente di un motivo per stare insieme; facciamo
viaggi, parliamo della vita scrutando da lontano quello che “un
giorno” sarà la sua conclusione, la morte.

Soffriamo, come le madri di ragazzi distrofici che giorno dopo giorno
allenano i loro muscoli, pettorali, fisici e mentali per dare supporto
a figli già condannati; li inseguiamo quei figli, li sosteniamo e poi
li abbandoniamo alla loro lotta eterna ed al loro dolore costante.

Ci arrampichiamo sui monti dell’est, contro le bombe, i cannoni e gli
spari, sempre per quel senso quella prospettiva; soffriamo e piangiamo
le grida di bambini orfani e straziati, e ci abbracciamo insieme nel
dolore per dare anche a questo un senso.

Facciamo incontri e creiamo gruppi con il nome illuminante; ci
sposiamo e facciamo dei figli, e cerchiamo dei figli e li troviamo
anche, palpitando assieme della gioia che sarà lo stare insieme
ancora, semplicemente, del giocare con la sabbia del nuotare nel mare
o tra le montagne.

Ridiamo e sorridiamo, in quella complicità unica che è data da un
legame distinto e d’istinto, semplice e dignitosamente vero.

Giochiamo inseguendoci tra cavalli, Re e Regine e pedoni distratti e
ci illudiamo che quel gioco possa essere per sempre, che quel semplice
equilibrio possa non essere spezzato, mai.
Perché, che facciamo di male? Giochiamo solo a scacchi.

Guardiamo film, ci scambiamo film, originali o piratati, che non si
può fare ma se lo fai insieme va bene anche quello, perché del film
non te ne fotte una mazza in realtà. Pensiamo, l’uno all’altro quando
facciamo le cose, perché nulla ha valore senza la condivisione, perché
non ha senso ha comprarsi la macchina nuova se non ci puoi viaggiare
insieme, se non puoi dirglielo e se non puoi sentirti dire che lui
l’avrebbe comprata in Germania a 3000 euro di meno.

Mangiamo, uno dell’altro, e cuciniamo le nostre vite con ingredienti
semplici ma che si amalgamano e si legano stretti, stretti assieme,
come la morte.
La morte compagna e gemella della vita, da lei separata solo da un
soffio che divide il possibile dal vero…

Come può un universo così ricco spegnersi in un istante?

Un istante. E tutto crolla
e resta l’assenza di un bicchiere di vino,
vuoto.

Solo l’odore ti ricorda che c’era e a quell’odore dai la
responsabilità del senso di tutta la tua vita.

Ora, che non esistono più altre paure,
il timore più grande è che quell’odore scompaia,
ed il vuoto
diventi ancora
più inconsapevolmente
e drammaticamente
profondo.

A presto, amico mio.
9 Maggio 2010


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