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Dunque la notte

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Dunque la notte.
Dunque la notte silenziosa e complice,
dove ci troviamo
rincorrendo un senso
al turbinio del giorno.

Tra queste mani
si nasconde
la forza dell’amore,
la follia dell’odio;
ed io posso guidarle
in uno o l’altro,
io posso scrutarne
la tua anima
e strapparti il tempo
imbrigliandolo in un verso.

La stanchezza
naviga tra le mie membra
cercando una porta
dove lanciarmi al sonno.

E tu?

Che fissi uno schermo vuoto,
che ti domandi e piangi
perché il tuo treno è sfuggito nella nebbia.

Tu,
che ridi
al mio divenire
ma che domani sarai
di nuovo alla mia corte.

Cosa lasci al mondo
se non l’odore
delle tue lacrime?

Prendi questa mano,
guardane le rughe,
la forza,
e il vuoto che trattiene,
e senti
quanto calore può scorrere
dalla mia vita alla tua.
Dalla tua vita alla mia.

Dunque la notte.



Il finestrino

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Veloci sfuggono al pensiero campi, case e alberi storti. Il treno corre, tradendo le emozioni che a centinaia si accalcano per un istante sui riflessi del finestrino, occhio del mondo.
Un uomo scende dal trattore, un fagiano becca le radici, una rana salta in una pozza che ormai col tempo si è fatta stagno. Le emozioni fuori scappano e le mie dentro, in movimento lento, le frenano, trascinandole sulla lastra di un’altro possibile frammento di storia. E in questa storia ci sono altri principi, altre regine ed altri sudditi accasciati su poltrone azzurre e incoronati dalle loro vite, splendide, terribili, reali. Nuvole di sogni si levano dai loro capi: promesse, speranze, gelati e fantasie. Ognuno è un’isola, con i suoi abitanti, i suoi ruscelli, le sue montagne, palme, sassi e grotte nascoste; ognuno ha il suo sole.
A guardarlo sembra così diverso dal mio, così lontano, estraneo; ma il calore, quel calore, in qualche strano modo riscalda anche me.
Getto un ponte di frasi e parole, allora, e mi avvicino cercando familiarità, similitudine, e la trovo.

Si fa scuro intanto, e la vita fuori dai finestrini si nasconde, tra luci lontane, isolate, e ombre anonime. Ma ecco un bagliore e poi un’altro e un’altro ancora. Si accendono una dopo l’altra nelle case come candele la notte di Pasqua e tornano da me di mille colori, con altre vite ed altre storie. È una città che si avvicina.

Veloci sfuggono al pensiero nuovi campi, nuove case e nuovi alberi storti. Il treno corre, occhio del mondo, e noi ancora accasciati su queste sedie azzurre, cerchiamo la pace nel dare un senso alle loro storie


Zdravo Mario

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Messaggio, 25 agosto 2011

“Cari figli, oggi vi invito a pregare e a digiunare per le mie intenzioni, perché satana vuole distruggere il mio piano. Ho iniziato qui con questa parrocchia e ho invitato il mondo intero. Molti hanno risposto ma è enorme il numero di coloro che non vogliono sentire ne accettare il mio invito. Perciò voi che avete pronunciato il SI, siate forti e decisi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Le bombe cadevano, e la voce di questa donna ci illuminava i cuori. Non avevamo chiesto niente noi, eravamo solo a lavorare, ma Lei era lì, l’abbiamo trovata lì. E in qualche modo sentivamo che ci proteggeva, ci accompagnava, ci accarezzava il cuore. Non sapevamo se fosse la madre di Gesù il Nazzareno, una donna venuta dallo spazio o un’illusione di sei bambini impazziti, ma c’era. E la gente la cercava, e la gente la pregava e alla fine anche noi la pregavamo assieme agli altri, per essere con loro, per essere per loro; e per Lei.
“ZDRAVO MARJO MILOSTI PUNA GOSPODIN STOBOM….”

Ora ritorna improvvisamente in questo mondo squarciando il velo del tempio e gridando a noi anime sopite: “Svegliatevi!”. Chi sei, donna del cielo? Chi sei, donna dei sogni? Chi sei madre nascosta e silente che scendi dal tuo cielo per occuparti di noi poveri mortali. Noi che ce ne freghiamo di te e del male del mondo, noi che fingiamo perdono uccidendo nel cuore e nella mente, noi che leggiamo degli scritti antichi per riempirci le bocche della parola “credo” e poi non avere fiducia neanche in noi stessi. Chi sei donna? E perchè vieni tra noi?


Scarpe e bicchieri

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La meraviglia è l’universo nascosto in ognuno di questi piedi. Uno di fronte all’altro, uno dopo l’altro e ad ogni passo risuonano delle esperienze racchiuse in quel corpo. Giovani, vecchi bambini, bambine. Seduto al tavolo, nascosto dalla musica e da un cappello. Sono antenna di emozioni obiettivo di fotografie improbabili. Un uomo si avvicina, e mi osserva. È qui adesso davanti a me. Si appoggia al tavolo. I suoi passi sono diversi da quelli degli altri. È grasso. Storto. Simpatico. Sorride. Afferra il bicchiere con la mia crema di whisky e ci guarda dentro. Mi tolgo una cuffia.
“Crema di whisky”, gli dico.
“Si, si!”, risponde imbarazzato. Poi si avvicina allo schermo del mio iPad. “È un computer?”, continua.
“Si”, rispondo, “e sto scrivendo di te.”

Washai


Formiche e albicocche

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Scrivere.
Trasferire sensazioni, trasferire percezioni, suggerire ipotesi di verità, dare una motivazione, un senso al vivere. Potrebbe non esserci un senso, potremmo solo essere formiche con qualche emozione in più, intente a scavare gallerie, ad accumulare provviste, per costruire la propria casa di pagliuzze e brandelli di foglie per un inverno di cui non sappiamo ancora nulla.

Potremmo essere capitati qui per caso: una felice combinazione di aminoacidi.
Poi c’è l’universo;
le stelle, i pianeti e quell’ammasso di acque, rocce e sabbie che si chiama terra.
Anche questa potrebbe essere una casualità.
Anche questa… e tutto il resto?Anche il resto? Anche il resto…
Ma ci sarebbe sempre un oltre incomprensibile, incommensurabile che non arriveremo mai a capire, perché il capirlo significherebbe squarciare il velo della verità facendo venir meno la stessa ragione per cui esistiamo e quindi annullare noi stessi.

Non c’è soluzione allora: noi o la Verità. Un binomio che non può coesistere.

Fossimo incoscienti, non ce ne cureremmo, ma la sua percezione ci turba. Sensazione fisica, mentale e più profondamente viscerale della sua esistenza; un pulsare, una fame irrisolta, proprio nel centro del nostro essere fisico e psichico, nella pancia, sopra l’ombelico, dentro, all’inizio dello stomaco. Come qualcosa che abbiamo mangiato ma non siamo ancora riusciti a digerire, a metabolizzare. Come qualcosa che stiamo per mangiare ma non abbiamo ancora addentato; come l’amore.
E’ dunque fisico il ponte tra la soluzione ed il problema, tra l’ipotesi e la tesi.
Un dilemma sfuggente con una consistenza fisica;
un nocciolo di albicocca circondato dalla morbida polpa rosata della nostra vita.

Formiche, in un nocciolo di albicocca.


Angeli e pelle

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Sollevati dalle ali dei ricordi dei tempi trascorsi tra i mondi; puri; bianchi; musiche armoniche e sottili.
Ci osservano i nostri Angeli. Loro che sono già stati, loro che hanno partecipato al nostro venire e divenire. Tessono le tele delle nostre possibilità ricamando emozioni e sogni, intrecciando storie e fantasie.
Stendono le loro braccia luminose sulle nostre paure ricordandoci ancora che è sempre lo stesso gioco quello a cui stiamo partecipando.

Angeli, forti e benedetti. Benedetti da quel cielo che li accogli e li nutre, tutti, infiniti, raggruppati in colori e  suoni, tutti, uniti
in un solo pensiero di Dio.

Suda la pelle calda e bruciata dai soli terreni; bagnate le mani si raccolgono al viso unto di lacrime mute.
Un sospiro trasale e la coscienza si svuota. Vuoto, e luce a riempirlo, paradosso di istanti che potrebbero chiudere il cerchio in se stessi e lasciare il tempo in equilibrio.

Angeli, forti e benedetti. Seduti ad osservare quel muoversi immobile.
Fermi anche loro nel rispetto della nostra possibilità di scelta.


La mamma del mio amico

Un’altro corpo chiuso in una scatola di legno. Un altro strappo. E tutti attorno a guardarne i resti. A domandarsi cosa accadrà da domani, quando la sua voce non risuonerà più tra le mura della casa. Emozioni, parole, odori, pensieri, sorrisi, dolori, carezze, progetti, sogni e concezioni della vita. Un passaggio che congela tutto, che lascia odore di salsedine dove l’onda è ormai passata e non tornerà più. Non qui almeno, non in questa parte di mondo e di realtà, salvo Messia, particolarmente improbabili di questi tempi.

Noi restiamo a guardare, noi restiamo a fare il pezzo che resta, ancora per un po’, poco o molto che sia. Lo faremo da soli, senza di lei, comunque. Per me da domani cambierà poco, per lui sarà un po’ diverso. Per quanto adulti e preparati possiamo essere è difficile comprendere quando pezzi della vita si staccano da noi, quando la storia si spezza generando due strade di cui una abbiamo consapevolezza e dell’altra solo speranza.

Noi restiamo a guardare, le cose che continuiamo a costruire e ad inventare per allontanare da noi quel momento, quella imperscrutabile incertezza. La violenza che ci assale in quegli istanti viene spudoratamente sopraffatta dalla sopravvivenza e dall’abitudinarietà di un mondo che comunque deve andare avanti.

Un evento plausibile contro miliardi di azioni improbabili che in ogni istante accadono nello spazio vitale dove siamo calati.
Resta la prospettiva delle stelle, che indipendentamente da noi continuano a bruciare ed a donare luce, non sappiamo neanche a chi.

Un’altro corpo che con i suoi tempi si dirigerà verso una meritata decomposizione ritornando al nulla a cui apparteneva, mentre le gioie che conteneva voleranno, vogliamo credere, proprio verso la comprensione del motivo del brillore di quella stella.

Potrebbe non essere, ma diversamente diverrebbe tutto inutile.

Washai


Profumo

La mia ombra sfiorava il suo profumo mentre il cuore si domandava quali fossero le stelle che avevano apparecchiato quella tavola. Sorrideva seduta sul suo sgabello di legno mentre suo padre grosso, scorbutico e buono, serviva birra. Sorrideva, ma non era lei la gioia quanto la sensazione della ricerca di una nuova emozione in una strada che da anni avevo abbandonato. Oltre di lei c’era l’incerto, quel bui stellato che sfuggiva dalle mani strette; quella incapacità di fermare nei decenni della vita, quell’obiettivo, quell’anelito.
E u n giorno tutti gli strumenti si vaporizzeranno per lasciarsi dietro solo il vuoto, e la traccia di emozioni così, in grado di stravolgere il mondo.


Vinile

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La puntina scruffia rumori tra suoni. Si smuove nel corpo la forza di tempo. Nuova trasformata, matura. Mi spoglio e ballo, svuotando di ogni inibizione il vaso che si è fatto corpo raccogliendo in questi anni storie e momenti stratificati, come ere di pietra, come cerchi di alberi cresciuti anche oltre il loro tempo. Afferro quell’onda emotiva e la faccio mia, la traspongo nel mio nuovo mondo, la posseggo e la proietto altrove per poi riavvolgermi in essa come nel mantello di ciò che resta.
È cambiato il mondo? Cambia il mondo? Il tempo trasforma o rinnova? O forse siamo solo le stesse ingenue fiamme di speranza che ad ogni ventata di ossigeno prendono forza e per cui ogni nuovo legno da bruciare è una emozione da vivere, un amante da infuocare.

Gira il vinile nel suo piatto, e come gli anni che gli appartengono, graffia.


Tradizioni

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Sono stato in un paese. Lontano dalla città e dai tempi veloci. Sono stato. Nel silenzio delle valli verdi, dei pini profumati e dei cipressi. Ho camminato ed ascoltato il vento profumandomi di silenzio e placando le tempeste del mio animo.
C’era un vecchio, seduto su di uno sgabello di legno. Arrotava un coltello; poi lo batteva un Po, poi lo intingeva nell’acqua e ancor lo arrotava. Aveva rughe sul volto, aveva segni del tempo e della storia. Un castello con una torre, e i merli che si intrecciano come in un volo a rincorrersi.
Ho guardato le mie paure da quel luogo perso nel tempo e mi sono chiesto dove fosse andato il mio spirito in quegli anni, ricchi di eventi ma poveri di senso.
Una calda zuppa di funghi dal sapore del bosco e di magie druidiche, mi ha riportato al mondo.