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La notte

La notte,
Nel silenzio
Due risa e un abbraccio.

Il cuore
E il respiro
Evanescenti i pensieri
Come fumo bianco
Inafferrabili
Soli e leggeri.

I pensieri,
Soli e leggeri

Calore tra le dita
Sul palmo delle mani
Una lacrima bagna la pelle
Di acqua e di sale.

La notte
Che libera l’anima
Che scioglie il peso del corpo
E lo fa trasparente.

Mentre il mondo si spegne e si accende
E la vita
Accarezza ogni cosa.


E dopo

Contenuti in equazioni di materia
coordiniamo movimenti ritmici
verso direzioni ignote.

Inspiriamo attimi di tempo
permettendogli 
di modellare
le emozioni dei giorni
e trasformarle in storie.

Sussultiamo di dubbi e paure
persi in spazi
che non sappiamo dove.

Esultiamo fantasie
come bambini sulla sabbia.

Ma poi torniamo sempre,
qui
di fronte al bianco che si fa parola
per strappargli verità
di una sola domanda:

E dopo?


Tonno in scatola

Sospiro.

Tra una lama di luce e un’ombra
si sospende il tempo.

Battiti ritmati
di un muscolo che respira la mente.

Siamo tonni in una scatola di latta
che tentano di dare un senso a se stessi.

Aggregati di molecole, onde
energie in equilibrio.

L’anima ci nutre di oltre
lasciandoci appesi all’incertezza.

L’universo annusa verità
con formule che lo vestono.

E mentre Dio sorride soddisfatto
noi ci mangiamo una pizza.
Col tonno.


Inconsapevole

Il suono contamina le cose che vedo
gli dà vita, le accende di senso.
Musica che anima gli spiriti nascosti nella gente,
li fa parlare dei propri drammi
delle pulsioni nascoste,
delle vittorie e dei dolori.

Sostengo uno sguardo sconosciuto,
dietro occhiali spessi che nascondono meraviglia;
raccolgo la mia vita in una frase
spremendone un succo
che non sapevo neanche mio.

Resto, mi arresto
nel mezzo del turbinio,
del divenire, dell’accadere
e scompaio
ora come trent’anni fa
quando timidamente m’affacciavo al mondo.

Vorrei piangere
ma non saprei dove raccogliere le lacrime.

Tutto qui. Non c’è altro.
Un sentimento inconsapevole d’amore
che non trova la pace che cerca
nell’ordine casuale delle cose.


Caronte

Torno a voi
miei ascoltatori ignoti
che tendete l’orecchio
al suono di queste parole piccole
e celate,
nell’attesa che io vi sveli
mondi, sorprese e fate.

Mi aspettate,
dietro uno schermo o sotto un giornale
per bermi un’emozione
che non sia banale;
per gridare
che anche voi avete pancia
fatta di sogni,
e di succo d’arancia.

Vi porgo il bicchiere
bevete
come fosse acqua che leva
la sete.

Credete
ch’io sia la fonte
ma no.
Non son’ altro che un vecchio Caronte
per traghettarvi dal noto all’ignoto
o viceversa,
che la speranza non vada mai persa.

Nel silenzio
che lascia muti anche i muri e le porte.


E.

Non è inchiostro, ma tasti.

Tasti e schermi che nascondono parole.
E le parole le emozioni.
Emozioni di emozioni
che hanno composto i secondi della giornata
mentre restavo assente
celandomi agli occhi
miei e del mondo.

Poi un lampo, uno squarcio, un ricordo,
di percezione nascosta in un tempo;
più o meno.

Sostanzialmente il tempo.
Si racchiude tra istanti
di una notte qualsiasi,
tra un anno e un età,
tra una vita e un evento,
casuale,
che mi ha portato qui
ora.

E.

Se non mi stessi chiedendo,
anche questo perderebbe di senso.
Se non stessi scavando
sarei ancora assente allora
utile forse solo allo spazio
che il mio corpo ha sottratto.

Il corpo,
ora svanito dietro visioni
di una percezione che mi porta oltre
spingendo confini
che non  potrò mai varcare.

E.

Sostanzialmente è questo.
Nient’altro, in fondo.


Eppure la notte…

Eppure la notte…

Eppure la notte è la stessa,
il silenzio dialoga ai morti
nascosti dietro le stoffe.

La musica cavalca i secondi,
lontana, distratta, irriverente.
Il legno del tavolo è caldo
di tutte le mani che lo hanno sfiorato.

Eppure la notte è la stessa
con le sue stelle nascoste dietro alla terrazza
con il suo fresco di primavera
che si vergogna a sbocciare;
eppure la notte.
E’ la stessa.

E i miei Santi? dove sono sfuggiti o mio Dio?
Dove li hai allontanati così?
per riportarmi al nudo,
per strapparmi lacrime di sabbia
che mi graffiano il volto?

Dove hai preso le voci o Signore
che affogano lo spazio
che non mi appartiene più?
Come le hai imbastite?
Di argilla?  Di pioggia ? O di byte?

Eppure la notte,  è la stessa mia notte
di quando l’aria pungeva le gambe
secche sotto corti calzoni,
di quando mia madre
addormentava il respiro
sul mio petto fremente.

Di quanto la notte,
di quanto,
mi chiederà ancora uomo
stringendo la terra ai miei fianchi
prima che il tempo
mi scivoli  in Te.

Eppure,
in questo incerto nulla,
so che Mi leggi
e mi consolo.



Per quanto l’ora

Quando non camminerò più su questo mondo, resteranno le parole, librate nell’eco delle emozioni e impresse nelle opere. Resterà la traccia della deviazione, che il mio esistere avrà generato nel tempo e nelle persone.
Poi null’altro.

La bolla di sapone che oggi racchiude ogni mia vibrazione, che contiene il mondo creato giorno dopo giorno, ad ogni incontro, in ogni parola, che delimita un pensiero e un’esistenza, scoppierà, sciogliendo i limiti e i legami che ci hanno ancorato a questo tempo. Se l’oltre esiste, non ci é concesso capirlo; se di  tutto quel divenire si possa salvare traccia, non ci è dato di comprenderlo.

E per quanto gli studi, i pensieri, le chiese, ci indichino vie, la nostra scatola nera continua a restare chiusa, serrata, per poi disfarsi col tempo.

Non esiste che l’ora, quindi. Il momento più puro e reale di manifestazione di noi. Qui, nell’eco delle parole scritte, nel riflesso di uno sguardo, perso e incerto.


Le variabili della vita

Se dovessi esplicitare la formula della vita partirei dalla definizione delle variabili fondamentali della sua equazione: la volontà, il caso, l’onestà e la fede. È  la  combinazione di questi elementi, due controllati (da noi) e due indipendenti, che ci porta a diventare ciò che siamo realmente.

La volontà, variabile dipendente ci permette di determinare una direzione, di lottare per mantenerla, e di forzare l’orientamento delle altre variabili indipendenti verso ciò che noi vorremmo che fosse.

Il caso è incontrollato, indipendente, è l’incognita, la carta imprevisti o “La Morte” come lo definiscono i tarocchi gitani, intesa appunto come evento inaspettato di cambiamento improvviso che ha il potere di scombinare continuamente, in positivo o in negativo, l’evolversi delle nostre vite.

L’onestà è la base della verità, la capacità di essere autentici con se stessi e con gli altri, di non prendersi in giro, di essere obiettivi. L’onestà è un’arte che, certamente ha un radicamento profondo in noi ma  va curata, allenata, cercata, con la forza appunto, della volontà.

La fede è amore. Amore che non possiamo controllare che ci viene dal cielo o dalle persone che abbiamo accanto e che è “il sale della vita”. La fede è carità, compassione, speranza, elementi intangibili che non possiamo stringere nel pugno della nostra mano, non possiamo imporci di avere ma possiamo cercare, bramare, accogliere. Quando l’onestà è sincera e radicata in noi, è la fede che concretizza gli sforzi della volontà, spingendo il caso verso i nostri obiettivi.

Quella, per esempio, che viene chiamata Provvidenza è un misto di questi tre elementi che, combinati ed equilibrati tra loro portano ad un miracolo inaspettato ma certamente orientato dalla combinazione degli elementi fondamentali.

L’INDETERMINAZIONE DELLA FEDE
Ma prendiamo per esempio un malvivente, o semplicemente un Paolo, che sulla via di Damasco viene folgorato dalla Fede. Qual’era in quel caso la combinazione di questi elementi? C’era certamente volontà e ambizione, forse non orientati nella direzione di quel caso che ha fatto irrompere la fede nella sua vita. E allora cosa può essere accaduto? L’amore è un elemento così potente che a fronte di accadimenti comprensibili o incomprensibili in un determinato tempo della storia e in un determinato luogo, può manifestarsi con una forza tale da sbilanciare tutte le altre variabili facendo tendere il risultato dell’equazione dalla sua parte. Chi o cosa generi questi overload di fede non è dato saperlo a noi umani, piccoli bicchieri che non possono contenere l’immensità del mare, ed è questo in particolare che rende la fede una variabile indipendente.

IL BENE E IL MALE
Le variabili indipendenti, Fede e Caso, tendono comunque all’equilibrio per la loro stessa natura psicofisica che le ha inserite in una dimensione universale orientata comunque alla stasi. La stessa legge del moto di Isaac Newton afferma sostanzialmente che “un corpo in quiete se non soggetto a forze, resta in quiete” (Prima legge della dinamica). Qualsiasi entità, cosa, o essere vivente, se lasciata a se stessa senza l’apporto di variabili controllate, tende quindi necessariamente a un equilibrio, che sia questo un mare calmo o la morte: la pace. Il bene quindi vincerà sempre perché il bene è equilibrio e la tendenza dell’universo è necessariamente l’equilibrio qualsiasi esso sia.

Le meditazioni trascendentali usano spesso come mezzo per entrare in contatto con l’assoluto, che sia esso Dio o sia l’universo, l’eliminazione delle interazioni con le variabili controllate. “spegnere” la volontà e restare in ascolto significa lasciarsi tendere all’equilibrio più naturale per il quale siamo nati; significa unirsi con la nostra natura più profonda.

Persone negative come Adolf Hitler, hanno alimentato in maniera smisurata attraverso una volontà perversa e un’onestà malata, una Non Fede,  ponendola al negativo rispetto alla sua natura linearmente positiva e contaminando in questo modo le altre variabili fondamentali. Questo ha provocato un campo di concentrazione di non senso attorno a lui e alla sua vita, che è stato interrotto solo grazie all’unione congiunta di intenti nella direzione opposta.

Persone positive come Gesù Cristo,  che si accetti o meno il fatto che fosse figlio o emanazione diretta di Dio, creano delle anomalie positive nel percorso della storia dell’uomo, apportando agli eventi una quantità smisurata di variabile Amore equilibrata con una onestà ed una volontà tali da piegare gli eventi del caso alla loro aspirazione o, per chi è fedele, determinazione.


Mostri e Falene

Dove siete
Mostri e Falene,
a tempestar la terra di ricordi
a risvegliare tempo e gridi sordi
a patinare oscuro le sirene.

Che ci fate
Destino ed emozione
Appollaiati su sterpi inverecondi
Di dirupi e baratri profondi
Gruminando la nostra aspirazione.

Vi violento tempesta
E vi scaccio
Vi annodo al collo un laccio
E poi vi lascio.

Per pietà nel mio cuor
manifesta.