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Caronte

Torno a voi
miei ascoltatori ignoti
che tendete l’orecchio
al suono di queste parole piccole
e celate,
nell’attesa che io vi sveli
mondi, sorprese e fate.

Mi aspettate,
dietro uno schermo o sotto un giornale
per bermi un’emozione
che non sia banale;
per gridare
che anche voi avete pancia
fatta di sogni,
e di succo d’arancia.

Vi porgo il bicchiere
bevete
come fosse acqua che leva
la sete.

Credete
ch’io sia la fonte
ma no.
Non son’ altro che un vecchio Caronte
per traghettarvi dal noto all’ignoto
o viceversa,
che la speranza non vada mai persa.

Nel silenzio
che lascia muti anche i muri e le porte.


E.

Non è inchiostro, ma tasti.

Tasti e schermi che nascondono parole.
E le parole le emozioni.
Emozioni di emozioni
che hanno composto i secondi della giornata
mentre restavo assente
celandomi agli occhi
miei e del mondo.

Poi un lampo, uno squarcio, un ricordo,
di percezione nascosta in un tempo;
più o meno.

Sostanzialmente il tempo.
Si racchiude tra istanti
di una notte qualsiasi,
tra un anno e un età,
tra una vita e un evento,
casuale,
che mi ha portato qui
ora.

E.

Se non mi stessi chiedendo,
anche questo perderebbe di senso.
Se non stessi scavando
sarei ancora assente allora
utile forse solo allo spazio
che il mio corpo ha sottratto.

Il corpo,
ora svanito dietro visioni
di una percezione che mi porta oltre
spingendo confini
che non  potrò mai varcare.

E.

Sostanzialmente è questo.
Nient’altro, in fondo.


Eppure la notte…

Eppure la notte…

Eppure la notte è la stessa,
il silenzio dialoga ai morti
nascosti dietro le stoffe.

La musica cavalca i secondi,
lontana, distratta, irriverente.
Il legno del tavolo è caldo
di tutte le mani che lo hanno sfiorato.

Eppure la notte è la stessa
con le sue stelle nascoste dietro alla terrazza
con il suo fresco di primavera
che si vergogna a sbocciare;
eppure la notte.
E’ la stessa.

E i miei Santi? dove sono sfuggiti o mio Dio?
Dove li hai allontanati così?
per riportarmi al nudo,
per strapparmi lacrime di sabbia
che mi graffiano il volto?

Dove hai preso le voci o Signore
che affogano lo spazio
che non mi appartiene più?
Come le hai imbastite?
Di argilla?  Di pioggia ? O di byte?

Eppure la notte,  è la stessa mia notte
di quando l’aria pungeva le gambe
secche sotto corti calzoni,
di quando mia madre
addormentava il respiro
sul mio petto fremente.

Di quanto la notte,
di quanto,
mi chiederà ancora uomo
stringendo la terra ai miei fianchi
prima che il tempo
mi scivoli  in Te.

Eppure,
in questo incerto nulla,
so che Mi leggi
e mi consolo.



Mostri e Falene

Dove siete
Mostri e Falene,
a tempestar la terra di ricordi
a risvegliare tempo e gridi sordi
a patinare oscuro le sirene.

Che ci fate
Destino ed emozione
Appollaiati su sterpi inverecondi
Di dirupi e baratri profondi
Gruminando la nostra aspirazione.

Vi violento tempesta
E vi scaccio
Vi annodo al collo un laccio
E poi vi lascio.

Per pietà nel mio cuor
manifesta.



Dunque la notte

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Dunque la notte.
Dunque la notte silenziosa e complice,
dove ci troviamo
rincorrendo un senso
al turbinio del giorno.

Tra queste mani
si nasconde
la forza dell’amore,
la follia dell’odio;
ed io posso guidarle
in uno o l’altro,
io posso scrutarne
la tua anima
e strapparti il tempo
imbrigliandolo in un verso.

La stanchezza
naviga tra le mie membra
cercando una porta
dove lanciarmi al sonno.

E tu?

Che fissi uno schermo vuoto,
che ti domandi e piangi
perché il tuo treno è sfuggito nella nebbia.

Tu,
che ridi
al mio divenire
ma che domani sarai
di nuovo alla mia corte.

Cosa lasci al mondo
se non l’odore
delle tue lacrime?

Prendi questa mano,
guardane le rughe,
la forza,
e il vuoto che trattiene,
e senti
quanto calore può scorrere
dalla mia vita alla tua.
Dalla tua vita alla mia.

Dunque la notte.



Zdravo Mario

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Messaggio, 25 agosto 2011

“Cari figli, oggi vi invito a pregare e a digiunare per le mie intenzioni, perché satana vuole distruggere il mio piano. Ho iniziato qui con questa parrocchia e ho invitato il mondo intero. Molti hanno risposto ma è enorme il numero di coloro che non vogliono sentire ne accettare il mio invito. Perciò voi che avete pronunciato il SI, siate forti e decisi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Le bombe cadevano, e la voce di questa donna ci illuminava i cuori. Non avevamo chiesto niente noi, eravamo solo a lavorare, ma Lei era lì, l’abbiamo trovata lì. E in qualche modo sentivamo che ci proteggeva, ci accompagnava, ci accarezzava il cuore. Non sapevamo se fosse la madre di Gesù il Nazzareno, una donna venuta dallo spazio o un’illusione di sei bambini impazziti, ma c’era. E la gente la cercava, e la gente la pregava e alla fine anche noi la pregavamo assieme agli altri, per essere con loro, per essere per loro; e per Lei.
“ZDRAVO MARJO MILOSTI PUNA GOSPODIN STOBOM….”

Ora ritorna improvvisamente in questo mondo squarciando il velo del tempio e gridando a noi anime sopite: “Svegliatevi!”. Chi sei, donna del cielo? Chi sei, donna dei sogni? Chi sei madre nascosta e silente che scendi dal tuo cielo per occuparti di noi poveri mortali. Noi che ce ne freghiamo di te e del male del mondo, noi che fingiamo perdono uccidendo nel cuore e nella mente, noi che leggiamo degli scritti antichi per riempirci le bocche della parola “credo” e poi non avere fiducia neanche in noi stessi. Chi sei donna? E perchè vieni tra noi?


Formiche e albicocche

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Scrivere.
Trasferire sensazioni, trasferire percezioni, suggerire ipotesi di verità, dare una motivazione, un senso al vivere. Potrebbe non esserci un senso, potremmo solo essere formiche con qualche emozione in più, intente a scavare gallerie, ad accumulare provviste, per costruire la propria casa di pagliuzze e brandelli di foglie per un inverno di cui non sappiamo ancora nulla.

Potremmo essere capitati qui per caso: una felice combinazione di aminoacidi.
Poi c’è l’universo;
le stelle, i pianeti e quell’ammasso di acque, rocce e sabbie che si chiama terra.
Anche questa potrebbe essere una casualità.
Anche questa… e tutto il resto?Anche il resto? Anche il resto…
Ma ci sarebbe sempre un oltre incomprensibile, incommensurabile che non arriveremo mai a capire, perché il capirlo significherebbe squarciare il velo della verità facendo venir meno la stessa ragione per cui esistiamo e quindi annullare noi stessi.

Non c’è soluzione allora: noi o la Verità. Un binomio che non può coesistere.

Fossimo incoscienti, non ce ne cureremmo, ma la sua percezione ci turba. Sensazione fisica, mentale e più profondamente viscerale della sua esistenza; un pulsare, una fame irrisolta, proprio nel centro del nostro essere fisico e psichico, nella pancia, sopra l’ombelico, dentro, all’inizio dello stomaco. Come qualcosa che abbiamo mangiato ma non siamo ancora riusciti a digerire, a metabolizzare. Come qualcosa che stiamo per mangiare ma non abbiamo ancora addentato; come l’amore.
E’ dunque fisico il ponte tra la soluzione ed il problema, tra l’ipotesi e la tesi.
Un dilemma sfuggente con una consistenza fisica;
un nocciolo di albicocca circondato dalla morbida polpa rosata della nostra vita.

Formiche, in un nocciolo di albicocca.


Angeli e pelle

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Sollevati dalle ali dei ricordi dei tempi trascorsi tra i mondi; puri; bianchi; musiche armoniche e sottili.
Ci osservano i nostri Angeli. Loro che sono già stati, loro che hanno partecipato al nostro venire e divenire. Tessono le tele delle nostre possibilità ricamando emozioni e sogni, intrecciando storie e fantasie.
Stendono le loro braccia luminose sulle nostre paure ricordandoci ancora che è sempre lo stesso gioco quello a cui stiamo partecipando.

Angeli, forti e benedetti. Benedetti da quel cielo che li accogli e li nutre, tutti, infiniti, raggruppati in colori e  suoni, tutti, uniti
in un solo pensiero di Dio.

Suda la pelle calda e bruciata dai soli terreni; bagnate le mani si raccolgono al viso unto di lacrime mute.
Un sospiro trasale e la coscienza si svuota. Vuoto, e luce a riempirlo, paradosso di istanti che potrebbero chiudere il cerchio in se stessi e lasciare il tempo in equilibrio.

Angeli, forti e benedetti. Seduti ad osservare quel muoversi immobile.
Fermi anche loro nel rispetto della nostra possibilità di scelta.


La mamma del mio amico

Un’altro corpo chiuso in una scatola di legno. Un altro strappo. E tutti attorno a guardarne i resti. A domandarsi cosa accadrà da domani, quando la sua voce non risuonerà più tra le mura della casa. Emozioni, parole, odori, pensieri, sorrisi, dolori, carezze, progetti, sogni e concezioni della vita. Un passaggio che congela tutto, che lascia odore di salsedine dove l’onda è ormai passata e non tornerà più. Non qui almeno, non in questa parte di mondo e di realtà, salvo Messia, particolarmente improbabili di questi tempi.

Noi restiamo a guardare, noi restiamo a fare il pezzo che resta, ancora per un po’, poco o molto che sia. Lo faremo da soli, senza di lei, comunque. Per me da domani cambierà poco, per lui sarà un po’ diverso. Per quanto adulti e preparati possiamo essere è difficile comprendere quando pezzi della vita si staccano da noi, quando la storia si spezza generando due strade di cui una abbiamo consapevolezza e dell’altra solo speranza.

Noi restiamo a guardare, le cose che continuiamo a costruire e ad inventare per allontanare da noi quel momento, quella imperscrutabile incertezza. La violenza che ci assale in quegli istanti viene spudoratamente sopraffatta dalla sopravvivenza e dall’abitudinarietà di un mondo che comunque deve andare avanti.

Un evento plausibile contro miliardi di azioni improbabili che in ogni istante accadono nello spazio vitale dove siamo calati.
Resta la prospettiva delle stelle, che indipendentamente da noi continuano a bruciare ed a donare luce, non sappiamo neanche a chi.

Un’altro corpo che con i suoi tempi si dirigerà verso una meritata decomposizione ritornando al nulla a cui apparteneva, mentre le gioie che conteneva voleranno, vogliamo credere, proprio verso la comprensione del motivo del brillore di quella stella.

Potrebbe non essere, ma diversamente diverrebbe tutto inutile.

Washai


Profumo

La mia ombra sfiorava il suo profumo mentre il cuore si domandava quali fossero le stelle che avevano apparecchiato quella tavola. Sorrideva seduta sul suo sgabello di legno mentre suo padre grosso, scorbutico e buono, serviva birra. Sorrideva, ma non era lei la gioia quanto la sensazione della ricerca di una nuova emozione in una strada che da anni avevo abbandonato. Oltre di lei c’era l’incerto, quel bui stellato che sfuggiva dalle mani strette; quella incapacità di fermare nei decenni della vita, quell’obiettivo, quell’anelito.
E u n giorno tutti gli strumenti si vaporizzeranno per lasciarsi dietro solo il vuoto, e la traccia di emozioni così, in grado di stravolgere il mondo.