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Inconsapevole

Il suono contamina le cose che vedo
gli dà vita, le accende di senso.
Musica che anima gli spiriti nascosti nella gente,
li fa parlare dei propri drammi
delle pulsioni nascoste,
delle vittorie e dei dolori.

Sostengo uno sguardo sconosciuto,
dietro occhiali spessi che nascondono meraviglia;
raccolgo la mia vita in una frase
spremendone un succo
che non sapevo neanche mio.

Resto, mi arresto
nel mezzo del turbinio,
del divenire, dell’accadere
e scompaio
ora come trent’anni fa
quando timidamente m’affacciavo al mondo.

Vorrei piangere
ma non saprei dove raccogliere le lacrime.

Tutto qui. Non c’è altro.
Un sentimento inconsapevole d’amore
che non trova la pace che cerca
nell’ordine casuale delle cose.


Caronte

Torno a voi
miei ascoltatori ignoti
che tendete l’orecchio
al suono di queste parole piccole
e celate,
nell’attesa che io vi sveli
mondi, sorprese e fate.

Mi aspettate,
dietro uno schermo o sotto un giornale
per bermi un’emozione
che non sia banale;
per gridare
che anche voi avete pancia
fatta di sogni,
e di succo d’arancia.

Vi porgo il bicchiere
bevete
come fosse acqua che leva
la sete.

Credete
ch’io sia la fonte
ma no.
Non son’ altro che un vecchio Caronte
per traghettarvi dal noto all’ignoto
o viceversa,
che la speranza non vada mai persa.

Nel silenzio
che lascia muti anche i muri e le porte.


E.

Non è inchiostro, ma tasti.

Tasti e schermi che nascondono parole.
E le parole le emozioni.
Emozioni di emozioni
che hanno composto i secondi della giornata
mentre restavo assente
celandomi agli occhi
miei e del mondo.

Poi un lampo, uno squarcio, un ricordo,
di percezione nascosta in un tempo;
più o meno.

Sostanzialmente il tempo.
Si racchiude tra istanti
di una notte qualsiasi,
tra un anno e un età,
tra una vita e un evento,
casuale,
che mi ha portato qui
ora.

E.

Se non mi stessi chiedendo,
anche questo perderebbe di senso.
Se non stessi scavando
sarei ancora assente allora
utile forse solo allo spazio
che il mio corpo ha sottratto.

Il corpo,
ora svanito dietro visioni
di una percezione che mi porta oltre
spingendo confini
che non  potrò mai varcare.

E.

Sostanzialmente è questo.
Nient’altro, in fondo.


Eppure la notte…

Eppure la notte…

Eppure la notte è la stessa,
il silenzio dialoga ai morti
nascosti dietro le stoffe.

La musica cavalca i secondi,
lontana, distratta, irriverente.
Il legno del tavolo è caldo
di tutte le mani che lo hanno sfiorato.

Eppure la notte è la stessa
con le sue stelle nascoste dietro alla terrazza
con il suo fresco di primavera
che si vergogna a sbocciare;
eppure la notte.
E’ la stessa.

E i miei Santi? dove sono sfuggiti o mio Dio?
Dove li hai allontanati così?
per riportarmi al nudo,
per strapparmi lacrime di sabbia
che mi graffiano il volto?

Dove hai preso le voci o Signore
che affogano lo spazio
che non mi appartiene più?
Come le hai imbastite?
Di argilla?  Di pioggia ? O di byte?

Eppure la notte,  è la stessa mia notte
di quando l’aria pungeva le gambe
secche sotto corti calzoni,
di quando mia madre
addormentava il respiro
sul mio petto fremente.

Di quanto la notte,
di quanto,
mi chiederà ancora uomo
stringendo la terra ai miei fianchi
prima che il tempo
mi scivoli  in Te.

Eppure,
in questo incerto nulla,
so che Mi leggi
e mi consolo.



Dunque la notte

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Dunque la notte.
Dunque la notte silenziosa e complice,
dove ci troviamo
rincorrendo un senso
al turbinio del giorno.

Tra queste mani
si nasconde
la forza dell’amore,
la follia dell’odio;
ed io posso guidarle
in uno o l’altro,
io posso scrutarne
la tua anima
e strapparti il tempo
imbrigliandolo in un verso.

La stanchezza
naviga tra le mie membra
cercando una porta
dove lanciarmi al sonno.

E tu?

Che fissi uno schermo vuoto,
che ti domandi e piangi
perché il tuo treno è sfuggito nella nebbia.

Tu,
che ridi
al mio divenire
ma che domani sarai
di nuovo alla mia corte.

Cosa lasci al mondo
se non l’odore
delle tue lacrime?

Prendi questa mano,
guardane le rughe,
la forza,
e il vuoto che trattiene,
e senti
quanto calore può scorrere
dalla mia vita alla tua.
Dalla tua vita alla mia.

Dunque la notte.



Tra sulti di erba

Soffici sulti odorosi
di erba bagnata
grappati nel vuoto
circonda
li osservo e mi svuoto
di senso.

Lascio
l’asfalto
nel mondo
e sospendo
alla casa celeste.

Le grida dei templi
scaraventandomi
da nuvole a piombo.
Fischia e romba e sfreccia e sbrana
Quel piombo.
Brandelli.
Di piombo.

Nero.
Circonda quegli occhi
inespressi
e bocche
lappose di idiota.

E’ all’alba
che il monte si apre e che squarcia
di luce la valle e la sabbia
si empie
di acqua di acqua
e di acqua
si riempie
di voce e di luce
sospira
la pace.

Bagnato di nudo e di fuoco
sollevo il mio sguardo all’immenso
e tra vortici e stelle
mi lancio
in altrove.


Due Parole

Due parole
basterebbero se trovassi
per strappare il mio sento
dal cuore e
trasformarlo
in parole

Non sarebbe, allora
il contenuto, il concetto
ma il senso, di ora
vaporato dal letto.

E’ un amore
da baciare o
una crosta
da staccare;
l’astinenza
di un vecchio ubriaco
o di un giovane
fatto e lasciato.

Presunzione
di averlo io solo
di conoscerlo
mistico e dono.

La paura che in fondo
non sia altro che un altro
che un falso
girigirirotondo
profondo
per quanto.

E la testa si china
pesante,
E la luce va giù
ed il sento
strappato stampato
nel mio cuor
non è più.


Riflessi di Orione

Un sussurro,
e all’improvviso il cielo
squarcia il suo velo.

E’ notte,
ma il sole è sognante
ed agita il suo vento
verso una nuova idea.

Navigano nella polvere
cosmica i fantasmi del tempo
ed attendono
la nostra consapevolezza.

Una frenata
e il semaforo si schianta sul cruscotto
il vetro in panne
e la mente si solleva.

Dove ho guadagnato
questa grazia

Come ho raggiunto
questa altezza.

Sibilo
e sussurro tra le bolle
sospeso nel rosso e nel nero.

Il sole mi scalda e
l’universo mi gela.

Strascico
Strappo
Sforzo
Scardino

Un Meteore mi sbatte in faccia
l’asfalto.
C’è olio e benzina
e riflessi di Orione.

Mi alzo e mi trascio.

Respiro ancora.